Aidone, vittima di lupara bianca: arrivano quattro condanne

Dodici anni a testa per le due gole profonde che hanno portato gli inquirenti sulle tracce degli assassini

AIDONE. Trent’anni ciascuno per il boss di Mazzarino Salvatore Siciliano e il mafioso di San Michele di Ganzaria Gesualdo La Rocca. E dodici anni a testa per le due gole profonde che hanno portato gli inquirenti sulle tracce degli assassini, i pentiti Antonino Pitrolo e Fortunato Ferracane. La notizia è trapelata solo ieri, ma si è chiuso così, alcuni giorni fa di fronte ai giudici della Corte d'assise di Catania, il processo per l'omicidio di Giuseppe Mililli «u prusciuttaru», il giovane aidonese scomparso nel nulla il 9 febbraio 1998. Il suo tragico destino di vittima della «lupara bianca» si conobbe solo oltre dieci anni dopo l'omicidio, grazie alle rivelazioni dei due collaboratori di giustizia rei confessi, che hanno confermato con dovizia di particolari i resoconti approssimativi, alcuni dei quali per sentito dire, di pentiti di altre zone. I quattro imputati sono stati accusati di aver fatto parte del gruppo di morte che eliminò Mililli, strangolandolo e distruggendo il cadavere in un fusto di nafta. A febbraio per il delitto era stato condannato alla stessa pena di trenta anni, ma con il rito abbreviato, anche Sebastiano Montalto di Niscemi detto «Ianu l'amiricanu», difeso dagli avvocati Nino Grippaldi e Francesco Spataro, che hanno fatto ricorso in appello contro la condanna. Montalto per l'accusa avrebbe messo a disposizione una masseria in contrada Arcia, a Niscemi, dove fu commesso il delitto. Siciliano, La Rocca e i due pentiti sono difesi dagli avvocati Emanuela Lanzafame, Angelo Tornabene, Michele Ragonese e Marilena Facente. Alcune difese hanno già annunciato che ricorreranno in appello, anche per le posizioni dei collaboratori di giustizia, ritenendo eccessivo il calcolo di 12 anni, considerate le importanti attenuanti specifiche riconosciute loro. Per tutti e quattro gli imputati, la Corte d'assise ha escluso la premeditazione, e per questo, anche per le posizioni di La Rocca e Siciliano, la pena è scesa sotto l'ergastolo, che era stato chiesto dal pm. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di quelle relative alla loro custodia cautelare; e interdetti in perpetuo dai pubblici uffici. Per il mazzarinese e il calatino è stata prevista anche la libertà vigilata per tre anni. I giudici hanno dichiarato estinto il reato di distruzione di cadavere, per prescrizione.
Mililli scomparve nel nulla una mattina di quindici anni fa. Uscì per andare con Siciliano a incontrare un certo «Aldo», ovvero Gesualdo La Rocca e un tale «Carmelo». Carmelo era il nome usato durante la sua latitanza dal famigerato boss di Gela Daniele Emmanuello. Il collaboratore Pitrolo, mafioso del clan di Niscemi, ha riferito di esser stato incaricato da Emmanuello - poi defunto, ritenuto tra i mandanti del delitto - di procurargli un posto dove incontrare Mililli; e di aver trovato la masseria di contrada Arcia, dove il corpo di Mililli sarebbe stato dato alle fiamme. «Appena viene alla casa - ha riferito Pitrolo ai giudici - entra e gli saltano addosso La Rocca e Daniele, loro lo sapevano, io ancora non lo sapevano. Il cadavere l'abbiamo bruciato con della nafta dentro un fusto».



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