"Strage di Catenanuova": nuovo interrogatorio per Salvo

L’avvocato di Gianpiero Salvo e Filippo Passalacqua lavora al ricorso al riesame: «Nell’ordinanza non c'è nessun elemento nuovo rispetto a quella che fu annullata»

CATENANUOVA. La difesa di Gianpiero Salvo e Filippo Passalacqua, i due presunti appartenenti al clan Cappello arrestati venerdì scorso per la cosiddetta «strage di Catenanuova» - un morto, l'imprenditore agricolo Salvatore Prestifilippo Cirimbolo, e cinque feriti, il 15 luglio 2008 - ora passa al contrattacco. L'altro ieri è stato Salvo a respingere con forza ogni accusa di fronte al gip. E così, mentre stamattina al carcere di Milano Opera sarà la volta dell'interrogatorio di Passalacqua, l'avvocato dei due, il penalista Davide Giugno del foro di Catania, lavora al suo ricorso al Riesame. La difesa ha già fatto ricorso al tribunale di Sorveglianza di Roma contro il 41 bis disposto per Passalacqua dal ministro della Giustizia Paola Severino (a chiedere il carcere duro era stata la Dda di Caltanissetta).

La notizia del giorno dunque riguarda l'interrogatorio di Salvo. Il catanese, figlio del boss Giuseppe detto «Pippo 'u carruzzeri», ha risposto punto per punto, sottolineando una per una le argomentazioni già enunciate ad agosto di fronte al gip. «In questa ordinanza non c'è nessun elemento nuovo - afferma l'avvocato Giugno - rispetto a quella che fu annullata dal Riesame il 16 agosto. Sono gli stessi elementi, che contesteremo con forza dinanzi al tribunale di Libertà». La vittima, ha sostenuto Salvo di fronte al gip, aveva un debito di 5 mila euro con suo cognato Passalacqua, per l'acquisto di una moto Bmw R1000. Ma non avrebbe ricevuto la sua parte di soldi e per questo Passalacqua lo avrebbe più volte sollecitato per telefono a pagare. L'accusa invece è convinta che Prestifilippo ricevesse pressioni per girare a Catania i soldi del pizzo, ma non ne aveva intenzione e per questo (ma non solo) fu ucciso. Secondo Salvo, in estrema sintesi, non c'è niente di vero: lui e suo cognato, sostiene, con l'omicidio non c'entrano niente.

L'indagine è stata condotta dai carabinieri del colonnello Baldassare Daidone, coordinati dal pm Roberto Condorelli. La difesa si dice pronta a fornire al Riesame elementi documentali che dimostrerebbero la vendita della moto, e l'avvocato si esprime duramente anche contro il racconto pentiti. In particolare ce l'ha con Gaetano D'Aquino, che ha riferito di aver saputo che gli assassini sarebbero stati Salvo e Passalacqua dal boss di Catania Biagio Sciuto; e di aver avuto conferma poi direttamente dallo stesso Salvo. «Sono dichiarazioni autoreferenziali - afferma l'avvocato Giugno - perché si tratta di tesi ”de relato” (per interposta persona, ndr.) smentite dalle fonti principali. Sia Sciuto che Salvo negano di aver mai detto quelle cose a D'Aquino, che non è stato in grado di fornire alcun riscontro esterno e che anzi ha detto di non sapere nulla di ciò che accadeva a Catenanuova, per esserne totalmente estraneo».

Riguardo al catanese Sciuto, nell'interrogatorio Salvo ha sostenuto di averlo conosciuto in carcere nel 2011, quindi chiaramente non avrebbe mai potuto parlare con lui nel 2008, né tantomeno fargli «confidenze», come invece sostenuto da D'Aquino. «Ogni assunto accusatorio - taglia corto l'avvocato Giugno - è sconfessato dalle evoluzioni di altri processi, in cui i pentiti sono stati in parte già sentiti, offrendo dichiarazioni palesemente contraddittorie rispetto a quanto contenuto nell'ordinanza». Infine ricorso contro il carcere duro per Passalacqua. «Abbiamo fatto già ricorso contro il 41 bis - conclude il difensore - perché tutto quanto contenuto nel decreto del ministero è fondato su mere illazioni: non abbiamo riscontrato elementi che possano riscontrare l'applicazione del carcere duro». Oggi come detto la parola passerà a Passalacqua, che sarà interrogato da un gip di Milano.

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