Boss Leonardo, chiesta la revoca del carcere duro

Per legge i cumuli di condanne non possono superare i 30 anni e “Tanu u Liuni” potrebbe tornare addirittura libero
Enna, Archivio

ENNA. È in prigione dal 2001, quando fu arrestato nell'operazione Parafulmine. Ma adesso la difesa chiede la revoca del 41 bis, il cosiddetto «carcere duro», stabilito dal ministero della Giustizia cinque anni fa per Gaetano Leonardo, storico boss di Enna. L'avvocato di Leonardo, il penalista Antonio Impellizzeri, ha fatto ricorso al tribunale di Sorveglianza di Roma, chiedendo di annullare il 41 bis, di recente prorogato per tutto il 2013. Per "Tano 'u liuni", insomma, vigono ancora le restrizioni previste per i capimafia: colloqui controllati, controllo della corrispondenza e dello stile di vita. Intanto a breve la Cassazione dovrà fissare a breve l'udienza sull'ergastolo che prese per l'omicidio di Giuseppe Cammarata, imprenditore edile di Enna bassa, una lupara bianca del 1989. Se la Cassazione confermasse questa condanna, per Leonardo significherebbe carcere a vita. Per questo il suo avvocato lavora già al ricorso alla Suprema Corte. Le stranezze della legislazione penale italiana, infatti, fanno sì che Leonardo, benché solo l'anno scorso abbia preso 17 anni in appello - condanna che approderà a sua volta in Cassazione il 21 gennaio - per otto estorsioni di stampo mafioso commesse in provincia di Enna, finirebbe di pagare il suo debito con la giustizia fra pochi anni. L'avvocato ha ottenuto che questa condanna fosse ritenuta "in continuazione" con le precedenti. E così, dato che per legge i cumuli di condanne non possono superare i 30 anni, Leonardo, detenuto a fasi alterne da oltre vent'anni, presto li esaurirà. Tutto, ovviamente, viene meno in caso di ergastolo. Leonardo è il capo della cosca più grossa e storicamente attiva di Cosa Nostra in provincia di Enna. Cammarata, un imprenditore edile di Enna bassa, è ritenuto dai pentiti un appartenente alla mafia ennese degli anni '80. E sparì nel nulla la notte tra l'otto e il nove maggio del 1989. Secondo i collaboratori di giustizia, sarebbe stato ucciso perché avrebbe partecipato a una congiura (fallita) contro il nisseno Giuseppe "Piddu" Madonia, condannato anch'egli all'ergastolo; e perché in Cosa Nostra sarebbe stato un gradino sopra a Leonardo, che non l'avrebbe tollerato. Da qui, secondo i collaboratori di giustizia, il movente del delitto.

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