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Enna, in cella da innocente per 1.100 giorni

Giovanni Meo la settimana scorsa è stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa in appello

ENNA. «Non ho mai fatto nulla di penalmente rilevante o socialmente riprovevole. Questa esperienza però mi ha insegnato a essere più cauto e prudente anche in situazioni normali». Giovanni Meo, 59 anni, la settimana scorsa è stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa in Corte d'appello, dopo oltre 1.100 giorni di carcere. Ha pagato un prezzo altissimo per la sua amicizia con Calogero Ferruggia, affiliato storico a Cosa Nostra. Due siciliani trapiantati in Lombardia: Ferruggia con la famiglia; Meo, che non si è mai sposato, da solo. Avevano una frequentazione quasi quotidiana. "Ci vedevamo perché siamo amici d'infanzia ed è stato normale, quando Ferruggia si è trasferito al Nord, riprendere la frequentazione - racconta Meo -. Sapevo che aveva avuto dei problemi con la giustizia, ma non mi interessava". L'uno, Meo, un lavoratore incensurato, che in vita sua non ha mai preso neanche una denuncia e che al Comune di Cologno Monzese ha lavorato per anni in settori delicati, come l'ufficio commercio, dei tributi e di statistica, senza mai un richiamo. L'altro, Ferruggia, un mafioso che avrebbe continuato a operare sotto l'ala di Cosa Nostra, secondo la Dda e il Gico della Guardia di Finanza. A tirare Meo dentro questa vicenda, oltre all'amicizia con il presunto boss, c'erano alcune intercettazioni. In una, a parlare sono Ferruggia e sua moglie. Quest'ultima ha telefonato al cellulare di Meo perché sapeva che era assieme al marito. E lamentandosi perché Ferruggia era sempre irraggiungibile, gli avrebbe detto: "Ma possibile che ti devo chiamare sul telefono di Meo? Cos'è, il tuo segretario?". Questa frase, e altre intercettazioni, hanno indotto gli inquirenti a sospettare che Meo fosse una persona di fiducia di Ferruggia anche per le attività illecite, non solo perché amico; e dunque fosse inserito nell'organizzazione mafiosa. Frasi "ironiche" dette da una moglie al marito, ha fatto notare l'avvocato di Meo, il penalista Antonio Impellizzeri, durante l'arringa. In quegli anni Ferruggia, per l'accusa, avrebbe esportato in Lombardia l'organizzazione e il metodo mafioso di Cosa Nostra ennese. Un'altra intercettazione risale al Capodanno 2007. Meo, con altre persone, avrebbe sentito per telefono Giovanni Monachino, altro presunto boss e suo amico di vecchia data, che la notte di San Silvestro aveva alzato il gomito. E alcuni, che erano assieme a Meo, riferendosi alla sbronza, gli avrebbero detto: "Ma c'è ancora tempesta?". Monachino avrebbe risposto: "No, c'era ieri, ma ora non c'è più". Questa intercettazione, per l'accusa, era un linguaggio criptico per riferirsi alla presenza di videocamere poste dagli investigatori in alcuni esercizi commerciali di Pietraperzia, che, stando sempre agli inquirenti, erano state tolte in quei giorni. Da qui la conclusione che Meo si stesse informando sulla presenza di telecamere perché organico all'organizzazione, comandata, per gli inquirenti, a Nord da Ferruggia e a Sud da Monachino. E c'erano poi alcune dichiarazioni del pentito Leonardo Messina, che ha fatto il nome di Meo come amico di Ferruggia, 14 anni dopo aver cominciato a collaborare. Il racconto di "Narduzzu" è stato definito dalla difesa tardivo: essere amico è una cosa, far parte di un'organizzazione un'altra. Secondo l'avvocato Impellizzeri, "il signor Meo, se la sentenza di assoluzione, così come pensiamo, dovesse diventare definitiva in assenza di ricorso da parte della procura generale, può tranquillamente ritornare al suo posto di lavoro al servizio della società così come faceva tre anni fa».

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