Enna, anziani maltrattati al Sant’Antonio: gli indagati negano

ENNA. Gli ospiti della casa di riposo Sant'Antonio Abate di Pergusa «non erano affatto abbandonati a sé stessi». E non ci fu «alcun maltrattamento». Lo ha sostenuto, rispondendo al Gip, Paolo Luciano Tomaselli, il direttore del centro, uno dei quattro arrestati dagli agenti del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Enna, con accuse, a vario titolo, di maltrattamenti, abbandono di incapace, truffa, appropriazione indebita. Tomaselli, che è del Catanese, è stato il primo a rispondere alle domande del giudice Luisa Maria Bruno, firmatario dell'ordinanza che ha disposto il carcere, oltre che per Tomaselli, anche per il suo collaboratore Carmelo Murafò, anch'egli catanese; e ha posto agli arresti domiciliari le ennesi Ernesta Cacciato e Maria Concetta Mirisola. I due catanesi sono difesi dall'avvocato Gabriele Cantaro e ieri hanno risposto lungamente all'interrogatorio, che si è svolto in carcere. I due hanno contestato tutto, compresa l'ipotesi di maltrattamenti, negando nettamente di aver mai somministrato o fatto somministrare sedativi senza consulto medico o prescrizione. Sostengono di non aver mai alzato le mani con i pazienti, contrariamente a quanto sostiene la Procura: secondo la prima ipotesi di reato formulata dal pm Marco Di Mauro, che ha coordinato l'indagine dei finanzieri, almeno tre anziani, tra cui due donne, sarebbero stati picchiati. I due negano seccamente.
Riguardo alla storia della signora Lina, un'anziana che sarebbe morta «tra gravi sofferenze», loro sostengono di aver fatto il possibile per curarla, ricordando che sarebbero venuti almeno due medici a visitarla all'interno della casa di riposo. L'anziana era caduta una volta dal letto, hanno sostenuto (mentre la Procura parla di «numerose cadute») e immediatamente era stata visitata e curata per le escoriazioni. Ci sarebbero anche dei professionisti esterni pronti a confermarlo. Sull'accusa di truffa, per aver continuato a riscuotere la sua pensione dopo la morte, i due hanno detto che pensavano si trattasse di «arretrati», e che comunque sino «all'ultimo centesimo», quei soldi, sarebbero stati usati per il servizio funebre. Sugli insulti che sarebbero stati rivolti ad alcuni anziani, che sarebbero stati apostrofati in certi casi come «scimmia» o «cosa lorda», hanno minimizzato, ammettendo che si tratta di episodi deprecabili, ma chiarendo che non c'erano intenti ingiuriosi. Circa il personale, che sarebbe stato «insufficiente», infine, hanno detto che, seppur ridotto ai minimi termini, rientrava sempre nei parametri previsti dalla legge. Ieri mattina, al Tribunale di Enna, si sono svolti gli interrogatori anche delle due operatrici, che sono difese dall'avvocato Giovanni Palermo. Le donne sono accusate di maltrattamenti, ma nel loro caso il Gip ipotizza un «concorso morale»: non c'è niente che faccia pensare che abbiano «mai avuto condotte violente o vessatorie», è scritto nell'ordinanza. Loro hanno negato di aver mai «assecondato i metodi violenti di Murasò e Tomaselli»; e ogni ipotesi di abbandono, aggiungendo che spesso erano presenti al centro anche i familiari degli anziani, che possono testimoniarlo. Sostengono poi di non aver mai somministrato sedativi o medicine senza prescrizione: ogni terapia, hanno sostenuto, era prescritta regolarmente dai medici. Se a volte somministravano delle gocce, erano già state confezionate da persone qualificate e loro si limitavano a controllare che gli anziani prendessero i farmaci. Le versioni dei quattro ora sono al vaglio del Gip.

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