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Catenanuova: confessa omicidio, ma il reato è prescritto

CATENANUOVA. Ha confessato di averlo ucciso personalmente a colpi di pistola. Ma il pentito Nino Mavica esce senza condanna dal processo per l'omicidio di Vito Donzì: è subentrata la prescrizione. Ma il Gup di Caltanissetta Lucia Giunta ha anche inflitto due ergastoli, al presunto boss di Cosa Nostra a Catenanuova Salvatore Leonardi e a uno dei suoi presunti affiliati, Salvatore Marletta. Donzì aveva 25 anni quando sparì nel nulla, il 27 gennaio del 1997, ucciso, secondo il Gup, per mano di Cosa Nostra. Un caso di «lupara bianca» che è stato riferito nei dettagli dal pentito Mavica, ma che, secondo gli avvocati degli altri due imputati, i penalisti Egidio La Malfa e Sinuhe Curcuraci, non si basava su altro. Per questo, in estrema sintesi, le difese avevano chiesto l'assoluzione di entrambi. Gli imputati dunque hanno preso l'ergastolo, l'interdizione in perpetuo dai pubblici uffici, dovranno risarcirei danni alla famiglia di Donzì e pagare una provvisionale di 10 mila euro per ciascuna delle parti civili, papà e mamma di Donzì, assistiti dagli avvocati Francesco Tavella e Luigi Ticino. «Questa sentenza riabilita la memoria del giovane Vito, che era totalmente estraneo a Cosa Nostra e alle due fazioni che all'epoca si contendevano il potere sul piccolo centro di Catenanuova - afferma l'avvocato Ticino, per il collegio di parte civile -. Lui era avulso da qualsiasi organizzazione criminale. La sua famiglia è soddisfatta perché è venuta fuori, finalmente, dopo tanti anni, la verità su questo delitto». L'inchiesta è stata coordinata dai pm della Dda di Caltanissetta Roberto Condorelli e Giovanni Di Leo e condotta dai carabinieri del nucleo investigativo e del reparto operativo, diretti dal capitano Michele Cannizzaro e dal colonnello Baldassare Daidone. Secondo i racconti di Mavica, fu un delitto di stampo mafioso, un tipico caso di "lupara bianca". Leonardi è ritenuto il mandante, Marletta una sorta di basista, Mavica l'esecutore materiale. La vittima, di fatto incensurato, era ritenuto scomodo e inviso al clan di Catenanuova. Si è chiuso, dunque, un processo che potrebbe essere il primo di una serie di dibattimenti, destinati a riscrivere la storia della mafia di quegli anni e degli anni successivi nella zona di Catenanuova e del Catanese, considerato che Mavica, oltre a questo delitto, ne ha confessati altri, ma non si sa di quali si tratti. Lo ha dichiarato egli stesso, al processo Fiumevecchio. L'accusa di omicidio, per lui, in questo caso si è prescritta, considerato che si partiva da una pena base bassa, tra le riduzioni per il rito abbreviato, le attenuanti generiche e l'attenuante specifica per la collaborazione. Per questo, considerato che sono passati oltre 17 anni, è stato dichiarato dal giudice il «non doversi procedere».

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